La gallina (canta) di Guido Gozzano, di Rosa Ronzitti (Università di Genova)
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Biglietto da visita dell’omonimo volume, La via del rifugio (1907) apre la grande e breve stagione gozzaniana con l’annuncio dei temi che contrassegneranno la produzione del giovane poeta: il sogno, la morte, l’incertezza del futuro, l’attitudine meditativa e rassegnata.

Il tono, tuttavia, è scherzoso e riunisce al contempo la tradizione popolare e i giochi infantili:

Trenta, quaranta,
tutto il Mondo canta.
Canta lo gallo
risponde la gallina …
Madama Colombina si affaccia alla finestra
con tre colombe in testa:
passan tre fanti …

Si tratta di una famosissima filastrocca, nota (ancora oggi) in molte varianti sull’intero territorio italiano e sicuramente diffusa in Piemonte: è assai probabile che il Gozzano l’abbia recitata, udita e, in ogni caso, letta nell’eccellente volume di Costantino Nigra Canti popolari del Piemonte (1888), capolavoro della demologia ottocentesca familiare al poeta: qui, a p. 560, ne troviamo due versioni dialettali, una della collina torinese e una di Tortona; entrambe iniziano con Trant quaranta, tut el mund la canta; ma solo quella tortonese prosegue citando insieme il gallo e la gallina. La riportano inoltre Idelfonso Nieri per la Toscana, il Pitré per la Sicilia e Giuseppe Ferraro nei Canti popolari del Basso Monferrato (1888). L’umorista Achille Campanile ne fece la base di un’opera teatrale, intitolata Centocinquanta la gallina canta (1924).

La scelta di tale filastrocca, recitata nel testo dalle tre nipotine del poeta, testimonia una viva attenzione verso il mondo infantile, cui Guido dedicò poesie, racconti, favole. Nel caso de La novella bianca, per esempio, egli ritrae un gruppo di bambini che recitano e danzano in dialetto alternando le strofe (E mi son l’ambassadôr, lantantirulirulena/ e mi son l’ambassadôr, lantantirulirulà. Casa i veuli vôi? Lantantirulirulena, cosa i veuli vôi? Lantantirulirulà!): è una preziosa testimonianza di gioco fanciullesco praticato nelle campagne piemontesi ai primi del Novecento. Nella celeberrima Cocotte (I colloqui, 1911) è il nome stesso della sfiorita prostituta a suscitare nel poeta-bambino un senso buffo d’ovo e di gallina.

Ma torniamo a La via del rifugio: qui le vocine delle indiavolate bimbe recitanti si sgranano lungo tutta la poesia, intrecciandosi con le riflessioni dello zio pigramente disteso sul prato: i due numeri iniziali (Trenta, quaranta, il secondo dei quali in rima con canta) introducono un tema sotterraneo che guida all’interpretazione dei versi seguenti:

Socchiusi gli occhi
sto, supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

Come si vede, trenta e quaranta preannunciano l’antitesi fra il trifoglio, la vita attuata e presente, e il quadrifoglio, la fortuna (la salute? il futuro?) irraggiungibile, impossibile da afferrare e anzi consapevolmente non inseguita:

(ho detto che non voglio
raccorti, o quadrifoglio).

E il dissidio fra il tre e il quattro continua con il multiplo nelle centinaia, in versi ancora profondamente velati di malinconia:

A quanti bimbi morti
Passò di bocca in bocca
La bella filastrocca
Signora delle sorti?
Da trecent’anni forse,
da quattrocento e più
si canta questo canto
al gioco del cucù.

Gozzano amava molto introdurre numeri e date nelle sue poesie e qui, nell’apparente disordine della recitazione infantile, interrotta dalla caccia a un’innocente farfalla (le bimbe cantanti si rivelano alfine crudeli aguzzine, se pure di una crudeltà non del tutto consapevole), i numeri tre e quattro si organizzano, secondo precisa ratio, in unità, decine e centinaia. La filastrocca stessa è una conta:

Nel fare il giro a tondo
estraggono le sorti.

Possiamo immaginare a chi tocchi la sorte sfortunata: il destino della farfalla e il destino del poeta coincidono in un’unica, tragica riflessione:

A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l’Umanità nel vuoto?

Ignara, l’allegra brigata riprende instancabile la sua cantilena ornitologica dopo aver trafitto l’insetto:

Colombina colombita,
Madama non resiste:
discende giù seguita
da venti cameriste …


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ROSA RONZITTI è ricercatrice di Glottologia e Linguistica presso il Dipartimento di Italianistica, Romanistica, Antichistica, Arti e Spettacolo dell’Università di Genova. Ha conseguito il titolo di dottorato in Glottologia e Filologia presso l’Università Statale di Milano ed è stata assegnista e ricercatrice presso l’Università per Stranieri di Siena. Da anni si occupa di Indoeuropeistica, Studi Vedici, Etimologia. Fra i suoi principali lavori sono da ricordare le monografie: Campi figurali della ‘creazione’ nel Rigveda (Alessandria, Edizioni dell’Orso 2001), I derivati in *-mo- della lingua vedica (Perugia, Guerra Edizioni 2006), Quattro etimologie indoeuropee: lat. būfō, it. gufo, ingl. smog e drug (Innsbruck, Institut für Sprachen und Literaturen der Universität Innsbruck 2011) e Due metafore del caso grammaticale: aind. víbhakti- e gr. πτῶσις. Preistoria e storia comparata (Innsbruck, Institut für Sprachen und Literaturen der Universität Innsbruck 2014). È autrice di quaranta articoli pubblicati su riviste nazionali e internazionali, fra i quali 'Sulle tracce dell'órma: prassi etimologiche alternative e loro implicazioni di metodo nell’analisi del lessico italiano', pubblicato su “Romance Philology” 62 (2008), pp. 11-28 e 'Il gallo nel Veda, nell’Avesta e in Leopardi', apparso sulla “Rivista Italiana di Linguistica e Dialettologia” 14 (2012), pp. 29-63. Nel 2015 ha dato alle stampe 'Il gallo contro il mulino: due epigrammi di Antipatro di Tessalonica a confronto con testi iranici, latini, norreni e greci' (Tivoli, Edizioni Tored). Fa parte della Indogermanische Gesellschaft, del Sodalizio Glottologico Milanese e della Società Italiana di Glottologia.Per contatti: Rosa.Ronzitti@unige.it

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