La Chioccia con i sette pulcini della regina longobarda Teodolinda | Tuttosullegalline.it
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La “Chioccia con i sette pulcini”, nota anche come “La Pitta di Teodolinda” (dove “pitta” equivale a gallina, come riferisce il “Dizionario della lingua italiana” di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini datato tra il 1865 e il 1879), è un capolavoro di arte bizantina conservato presso il Museo del Duomo di Monza (Museo Serpero).

Si tratta di uno straordinario gruppo scultoreo in argento dorato; la figura della gallina è stata lavorata a sbalzo e rifinita a bulino e a punzone, mentre la cresta (doppia) è stata incastrata in una fessura della testa e le zampe sono state modellate a parte. I pulcini, invece, sono stati ottenuti per fusione.

Il basamento originale pare che fosse in argento, mentre è ora costituito da un disco in rame dorato. Pietre preziose formano gli occhi (gli occhi della chioccia sono rubini/granati e quelli dei pulcini sono zafiri/smeraldi) e le misure complessive del gruppo sono le seguenti: base con diametro di 46 cm. e altezza totale di 27 cm.

La Chioccia con i sette pulcini
La Chioccia con i sette pulcini

Il gruppo scultoreo venne probabilmente commissionato dalla regina Teodolinda e compare tra i doni offerti dalla regina a San Giovanni Battista nel rilievo della lunetta del portale del Duomo.

L’opera è parte del “tesoro di Monza” che viene datato tra la fine del VI sec. e l’inizio del VII sec., in quanto inizialmente ritenuto facente parte del corredo di Teodolinda; tutto in realtà è di fatto molto poco chiaro e infatti “non si conoscono fonti altomedievali che attestino il luogo di morte di Teodolinda né si conoscono fonti altomedievali che attestino la sua data di morte, probabilmente avvenuta tra 616 e 626. L’obituario monzese del secolo XII/XIII riporta la data del 22 gennaio 627” [fonte: www.summagallicana.it].

Pitture murali dedicate alla Regina Teodolinda nella Cappella del Duomo monzese (fotografie di Stefania Sangalli).
Pitture murali dedicate alla Regina Teodolinda nella Cappella del Duomo monzese (fotografie di Stefania Sangalli).

Appartengono al “tesoro di Monza” e sono riconducibili a Teodolinda anche la “Corona ferrea” e la “Corona votiva”, nonché l’evangelario di Teodolinda, la Croce di Teodolinda e la Croce di Agilulfo.

Corona ferrea del “tesoro di Monza” di Teodolinda.
Corona votiva del “tesoro di Monza” di Teodolinda.
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Significato simbolico della “Chioccia con i sette pulcini”

Per analizzare questo aspetto è necessario riflettere sul periodo storico e sul contenuto simbolico che in quel periodo si attribuiva alla rappresentazione della chioccia, indagine che abbiamo esaurientemente affrontato nel nostro articolo “Gallina, gallo e uovo nella simbologia”.

Nel gruppo della “Chioccia con i sette pulcini” si può identificare in primo luogo la chiesa che raccoglie a sé i credenti, ma anche la regina Teodolinda stessa e i duchi longobardi (benché, quando nel 589 Teodolinda divenne regina dei Longobardi, i ducati della Langobardia Major – escludendo i due della Langobardia Minor – erano ben più di 7).

Altra possibile interpretazione, da ricondurre ai costumi e alle tradizioni bavari (tenendo presente che Teodolinda era figlia di Re Garibaldo di Baviera), è la rappresentazione della rinascita della vita.

Il gruppo della “Chioccia con sette pulcini” simbolo della città di Monza

Il museo del Duomo di Monza rappresenta sicuramente una delle maggiori attrattive culturali della città di Monza e il gruppo della “Chioccia con i sette pulcini” ne è certamente uno dei pezzi più pregiati.

Cartolina di Monza raffigurante il Duomo e il gruppo della “Chioccia con sette pulcini”

Negli anni i “tesori di Monza” sono stati anche riprodotti e valorizzati in occasione delle rievocazioni storiche medievali organizzate nella città; in particolar modo sono significative le rievocazioni storiche organizzate dell’Associazione “La Ghiringhella di Villasanta”, per la quale le mani creative della Signora Giusu Galimberti hanno ricreato parti del “tesoro di Monza”, tra cui la “pitta di Teodolinda”.

La rievocazione storica con la “Pitta di Teodolinda” della Associazione “La Ghiringhella di Villasanta”.
La ricostruzione di Giusy Galimberti della “Pitta di Teodolinda” della Associazione “La Ghiringhella di Villasanta”.

Dubbi storici irrisolti… (solo per i più curiosi)

Circa le origini certe della “Chioccia con i sette pulcini” è doveroso far presente che molti sono ad oggi i dubbi storici irrisolti.

Riportiamo in primo luogo le incongruenze evidenziate ed esaminate dal Dottor Elio Corti nel paragrafo “Chioccia con 7 pulcini di Teodolinda” della sua opera “Summagallicana”:

“Le notizie fornite da Aldrovandi a pagina 305 del II volume di Ornitologia (1600) sono in disaccordo con quanto oggi è conservato nel Museo Serpero o Museo del Duomo di Monza. Aldrovandi parla di una gallina fatta eseguire da Teodorico (454-526), quindi risalente al V-VI secolo, ma non precisa il numero dei pulcini che l’accompagnano. Poi, attraverso Paolo Morigia, dice che questa gallina con 12 pulcini è stata voluta da Theogilla – Teodolinda – e pertanto risalirebbe al VI-VII secolo.”

Altre riflessioni sulla datazione del gruppo e sulle sue “misteriose origini” sono state prodotte da Giuseppe Pio Capogrosso per www.manduriaoggi.it. Le riflessioni di Giuseppe Pio Capogrosso sono mirate a trovare un nesso tra il gruppo della “Pitta di Teodolinda” e la leggendaria “Chioccia dai pulcini d’oro” (“la òccula e li puricini ti oru”), preda bellica, sottratta ai Tarantini, che i guerrieri messapici avrebbero nascosto nel Fonte pliniano o in un altro punto segreto dell’antica città di Manduria (ma non ne escludono il collegamento ad esempio alla “Leggenda della chioccia di Porsenna”; le riportiamo di seguito integralmente data la necessità di non alterare “un pensiero liberato sulle ali di una fantasia ragionata”:

“Il solito Tarentini, nei suoi “Cenni storici di Manduria antica – Casalnuovo – Manduria restituita”, si è occupato della leggenda nel capitolo intitolato “La favola dei tesori”.

Le parole dello storico locale sono le seguenti:

“Esiste qui una non mai interrotta tradizione ritenuta favolosa, che in questo od in quell’altro punto delle mura vi è un tesoro nel quale fra le tante ricchezze trovasi anche la chioccia con i pulcini di oro, bracciali armille, ecc., come se fossero stati veramente veduti. Molti ambiziosi che non mancano in ogni tempo e luogo, si son dati da fare scavando a diritta e a manca, voltando e rivoltando di notte tempo terra e sassi e gli insufficienti risultati avuti dagli uni hanno dato agli altri certa fiducia a mutare posizione sociale. Ecco anche questi all’opera slanciandosi come leoni e sudando come cavalli rotolando sassi qui, grossi macigni colà cavando terra e macerie altrove. Dopo i secondi, i terzi e via di seguito fino ad oggi e sempre con risultati nulli da dar luogo poi alle solite peripezie ed alle fiabe del volgo che crede il diavolo in possesso del tesoro che non cede se non a patti troppo duri e difficili.” (1).

La leggenda è stata ripresa da Giuseppe Gigli in “Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto” (Firenze, 1893) ed anche da Michele Greco che, nella nota dissertazione “Del Genio in riva…Lu Scegnu”, parla della “audace schiera” dei vittoriosi guerrieri messapici “che portava in omaggio al Genio del sacro Fonte il bottino di guerra, predato ai nemici, opimo tesoro, fra cui la chioccia d’oro con i pulcini anch’essi d’oro, riposti nel sacrario accanto alla fresca polla” (2).

Fin qui la leggenda locale, che può essere definita “plutonica” come tutte quelle riguardanti l’esistenza di tesori nascosti, e che viene arricchita, a seconda delle versioni, da altri particolari più o meno fantasiosi.
Infatti, secondo una prima versione, il tesoro può essere rinvenuto sacrificando sul pozzo un bambino o una bambina di non più di cinque anni, secondo un’altra è necessario che una donna gravida resti vicina al fonte, tenendo sul grembo nudo una serpe (3).

Ma quando mi interrogo sulle sorti del prezioso, quanto inafferrabile tesoro, l’accostamento inevitabile che mi torna alla mente e che, certamente, non sarò stato il primo ad azzardare, è quello con il famosissimo gruppo custodito nel Duomo di Monza, appartenuto, secondo la tradizione storica, alla regina longobarda Teodolinda.

E’ il celebre capolavoro di oreficeria, volgarmente denominato “Pitta teodolindea”
… Innanzitutto, la cronologia del gruppo monzese è molto discussa.

Ad una quasi univoca attribuzione ad un artefice longobardo dei sette pulcini, ottenuti, come si è detto, con la tecnica della fusione, si contrappongono invece una datazione ed una manifattura più antiche per quanto riguarda la chioccia.
Infatti, quasi tutti gli studiosi, sembrano concordi nel ritenere che:
“La plasticità della chioccia, dalla volumetria del corpo solidamente costruita, e dei pulcini, tutti realizzati con il piumaggio e le ali resi con particolare attenzione naturalistica, con rifiniture a bulino, tende ad escludere una cronologia tarda, d’età romanica, in favore di una datazione più alta, all’interno di un clima artistico maggiormente attento alla verosimiglianza con la natura” (4).

Senonché, nel precisare meglio la cronologia di questa figura di animale, alcuni propendono per una datazione bizantina o tardo romana, altri per una ancora più risalente nel tempo, scorgendo nell’opera tracce dell’arte e dell’oreficeria greca o ellenistica.
L’argomento utilizzato dai fautori di quest’ultima ipotesi (provenienza della chioccia da una bottega greca o ellenistica) è costituito soprattutto da un particolare presente nel manufatto.
Come già anticipato, le sculture sono impreziosite da gemme, più precisamente rubini o granati nella gallina e zaffiri nei pulcini. Tra queste pietre preziose, la gemma che costituisce l’occhio sinistro della chioccia, la quale presenta incisa la figura di un guerriero è, secondo alcuni, un prodotto alessandrino del III-IV secolo, che avrebbe potuto far parte del castone di un anello, secondo altri è un sigillo della fine I° sec a.C. inizio I° sec d.C..
In ogni caso, quindi, l’epoca di realizzazione della parte più significativa del gruppo dovrebbe essere riportata indietro di molto, essendo di più certa attribuzione longobarda e, quindi, altomedievale, solo la fattura dei pulcini e l’assemblaggio del gruppo scultoreo.
 
Ma un’altra obiezione o interrogativo che è lecito porsi è certamente il seguente: ammesso che, come la leggendaria chioccia mandurina, anche il gruppo aureo monzese sia (almeno in parte) di fattura greca, quale collegamento storico e geografico potrebbe mai sussistere tra la corte reale longobarda, a cui il manufatto è appartenuto, ed il nostro territorio?
La risposta può esserci fornita dalle vicende storiche che hanno interessato Manduria antica dopo la sua distruzione.

Gli storici locali sono concordi nel ritenere che il territorio dell’antica Manduria sia stato, in tutto o in parte, occupato dai longobardi per essere inglobato in uno dei ducati meridionali, probabilmente quello di Benevento.
Sempre il Tarentini, nella sua opera già citata, ritiene che, sebbene le memorie patrie tacciano, “io seguendo le varie vicende delle altre città limitrofe argomento che Manduria da questo periodo di rovinio al 750 fu sotto la dominazione e leggi longobarde” (6). Ciò sarebbe avvenuto quantomeno per la parte occidentale del suo territorio, ricadendo, sembra, quella orientale nell’area di influenza bizantina.
Del resto che la cultura e la legislazione longobarda abbiano lasciato traccia della loro presenza è attestato da alcune nostre parole dialettali di chiara origine germanica e dal fatto che istituti della lex langobardorum operassero ancora nel diritto di famiglia del secolo XVI e XVII, così come attestano gli atti dei notai casalnovetani di quell’epoca. Il riferimento è soprattutto alle costituzioni dotali di quell’epoca, nelle quali per la donna ricorre spesso l’istituto del “mundium” (tutela femminile) e la figura giuridica del “mundualdo” (tutore).
Quindi, la presenza, neppure tanto occasionale, nel nostro territorio di questa popolazione è da ritenersi certa.

Giunti a questo punto del discorso, pertanto, si potrebbe anche pensare o, forse più correttamente dovrei dire, immaginare, che il gruppo scultoreo custodito nel museo monzese sia proprio quello oggetto della leggenda mandurina, il quale potrebbe essere stato scoperto o predato dai nuovi invasori longobardi quando essi giunsero nelle nostre contrade e, sempre da costoro, trasferito alla corte dei loro sovrani.
Anche la cronologia del manufatto potrebbe, sulla base di studi più accurati, essere spostata indietro, ipotizzando una fattura tarentina o magnogreca dell’opera.
Del resto è noto (e gli ormai celebri Ori di Taranto ne sono testimonianza) il livello di perizia e di perfezione raggiunto dalle botteghe orafe della città bimare.
Alcuni oggetti di oreficeria tarentina sono lavorati a sbalzo su lamina in oro e, insieme agli altri, costituiscono la più importante testimonianza di come la lavorazione dei metalli preziosi, e in particolare dell’oro, fosse una delle attività più sviluppate nella città della Magna Grecia tra il IV e il I secolo a.C..

Ovviamente, si tratta di ipotesi e di congetture personali, sorrette da pochi debolissimi indizi, ispirate più da amor patrio che da rigore scientifico, e per le quali sin d’ora chiedo venia agli studiosi del settore.

Ma, nel fare questo, ho appurato di essermi trovato sempre in buona compagnia.

Infatti, la leggenda della chioccia e dei pulcini d’oro ed il suo accostamento con il manufatto appartenuto alla regina Teodolinda è riportata per molti altri centri e località italiane.
Tra queste, per parlare solo di alcune, cito Longobucco (Catanzaro) centro calabrese in cui si troverebbe la Chioccia della Gnazzitta, nascosta sotto un masso, Novara di Sicilia dove una chioccia aurea apparirebbe, come quella mandurina, solo nel caso in cui fosse sacrificato un neonato nel luogo in cui essa è nascosta,  Riello (Viterbo), Lucca, Malmantile (Firenze), Cirò in Calabria, Randazzo sempre in Sicilia ed altri ancora.

Ancora, va detto che, per una singolare e forse significativa combinazione, la leggenda della chioccia con i pulcini d’oro, che le tradizioni locali legano al nostro celeberrimo Fonte, illustrato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, ricorre con piccole variazioni per un’altra località descritta sempre dallo stesso autore latino.
Narra, infatti, Plinio il Vecchio che Porsenna, il lucumone (re) della potentissima città di Chiusi, si sarebbe fatto costruire un mausoleo o tomba monumentale nei cui sotterranei avrebbe ricavato un labirinto nel quale, secondo una tradizione medievale, sarebbe stato seppellito insieme ad un tesoro, comprendente un carro aureo tirato da dodici cavalli ed una chioccia con pulcini sempre in oro.

Per la precisione Plinio in Naturalis Historia XXXVI, 13, racconta che il re etrusco: “… fu sepolto sotto la città di Chiusi […] dentro questa base quadrata un labirinto inestricabile nel quale se qualcuno entrava, non poteva trovare l’uscita senza un gomitolo di filo …”.
Le tradizioni toscane aggiungono invece la storia del cocchio trainato da 12 cavalli tutto d’oro, e della chioccia con cinquemila pulcini, anch’essi d’oro.
Sta di fatto che, effettivamente, nella città di Chiusi è stato ritrovato un complesso di cunicoli e gallerie sotterranee detto il Labirinto di Porsenna (5).
 
Un ultima notazione merita la circostanza che alla Pitta di Teodolinda alcuni studiosi attribuiscono il significato di una rappresentazione metaforica delle Pleiadi, costellazione nota sin dall’antichità, la cui denominazione fa riferimento alla mitologia greca antica e, per la precisione, alle sette figlie di Atlante e di Pleione, nate in Arcadia.
Queste, un giorno che erano inseguite dal gigante Orione, furono trasformate in stelle da Giove che aveva così voluto sottrarle al pericolo. I loro nomi sono: Maia, Elettra, Taigete, Alcione, Celene, Asterope e Merope.
Nella simbologia astronomica, infatti, la chioccia con i pulcini indica solitamente le Pleiadi, volgarmente la “Gallinella”, formazione di stelle della costellazione del Toro, segno di fertilità, alla cui presenza nella volta celeste erano legate previsioni climatiche. La sua apparizione nel cielo notturno indicava per i contadini il momento di avvio al lavoro nei campi.
Orbene va detto che, per una curiosa combinazione, in detta costellazione, visibile nel cielo come un mucchietto di chiarori formato da sette stelle, anche il popolo manduriano vede tradizionalmente la “Puddara”, ossia proprio la chioccia circondata dai suoi pulcini.

Per finire, sottolineo che, in tutti i casi esposti, il dato comune è che, ovunque, nelle località sopra citate, gli studiosi ed i cultori di miti e di leggende si affannano nel fare accostamenti ed identificazioni tra le “chiocce locali” ed il famoso gruppo monzese.
Perché mai, allora, non dovremmo farlo per la nostra cittadina, per la quale la leggenda tramandata ab immemorabili si mescola mirabilmente con la storia e con i monumenti, dando vita a coincidenze talvolta singolari e dense di significato?
Come già osservava il Tarentini, riusciremmo anche a giustificare l’accostamento, affermando che: “sotto il velo della favola e delle allegorie si nasconde la storia di molte e svariate cose”, mentre, prendendo in prestito le felici parole di Michele Greco, potremmo concludere che: “…sotto l’antro sacro […] fioriscono le leggende che molte volte son splendenti e vive fonti di storia vera.” (6-7).”
 
(1) Tarentini sac. Leonardo, “Cenni storici di Manduria antica, Casalnuovo e Manduria restituita”, Tip. Spagnolo – Taranto, 1901.
(2) Greco Michele, “del Genio in riva…lu scegnu”, testo della conferenza tenuta dall’autore il 3 febbraio 1957, in M.Greco, G.Jacovelli, B.Tragni “Lu Scegnu ritrovato” Tiemme Manduria 1995.
(3) Giuseppe Gigli, “Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto” (Firenze, Tipografia Barbera, 1893), pag. 56.
(4) Flamine Marco, “Opere d’arte bizantina in Lombardia”, tesi di dottorato di ricerca, Univ. di Milano a.a. 2012/2013 che cita R. Farioli Camapanati, La cultura artistica nelle regioni bizantine d’Italia dal VI all’XI secolo, in I Bizantini, 1982.
(5) Fabrizi, Chiusi: Il Labirinto di Porsenna – Leggenda e realtà, Calosci Ed., Cortona 1987).
(6) Tarentini sac. Leonardo, op. citata.
(7) Greco Michele, op. citata
(8) Le immagini, nell’ordine, riproducono la Chioccia con i pulcini custodita nel Museo del Duomo di Monza, il Fonte Pliniano in una foto ed immortalato in un noto acquerello di A.L. Ducros del 1778, la regina Teodolinda ed un guerriero longobardo.

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